
Caro Veltroni su un punto siamo d'accordo: tra i deboli oggi, in Italia, ci sono i giovani. Fanno lavori precari e mal pagati, hanno difficoltà ad uscire dal guscio familiare, non hanno diritto alla casa: in una parola non sono liberi di scegliere un bel niente.La questione generazionale è nel cuore della questione sociale. Se questo è vero, la domanda che vogliamo farti è semplice: perché la scelta decisiva sarebbe chiedere una svolta radicale al sindacato, come fai tu? Risiede forse in Corso Italia, come pensano i giovani arditi del PD, il tappo che chiude i giovani italiani in un angolo e li fa patire più dei loro coetanei europei? A noi sembra evidente che la madre di tutti i problemi sta nella precarietà. La precarietà c'è già, non è solo un rischio, come pensi tu. È lì che nasce la fatica di campare ed essere autonomi delle ragazze e dei ragazzi italiani. E non è il sindacato il colpevole di tutto questo. Non è solo colpa della globalizzazione o della tecnologia: ma di leggi e scelte che sono figlie dell'idea che bisogna risparmiare sul lavoro, invece di investire nella qualità. Forse il primo a cui inviare una lettera è proprio il mondodell'impresa. E il secondo è il centrosinistra, che ha potuto stabilizzare 20 mila giovani dei call center solo perché una legge, l'ultima finanziaria, l'ha consentito ma non può fare molto di più se non si decide a cambiare davvero la legge 30. Con questo non vogliamo sfuggire al nodo pensioni: è noto a tutti che aspirare a una pensione decente, con il sistema contributivo, per un giovane implica poter svolgere un lavoro non episodico e mal pagato e non ci sarà mai ammortizzatore così forte e ricco da poter sostituire contributi robusti e continuativi per eliminare un futuro di pensioni da fame. Occorre aggiungere che è da destra e dai riformisti che arriva l'invito al Governo perché riveda i coefficienti pensionistici al ribasso: scelta che davvero finirebbe per regalare ai giovani pensioni misere...Come si vede, la materia delle pensioni è molto sfaccettata per chi vuole davvero curare gli interessi degli adulti di domani.Le tue considerazioni, caro Walter vanno prese tuttavia molto sul serio: tu chiedi che non siano più i figli a «dare», finanziando le pensioni dei padri, ma che ci sia un equilibrio a vantaggio dei giovani. Chi scrive non ha il tabù dell'età pensionabile a 57 anni per tutti, ma allo stesso tempo va detto che sono i lavoratori dipendenti, con i loro contributi, a finanziare le pensioni dei dirigenti d'azienda e dei lavoratori autonomi: lo sanno tutti che questi ultimi da soli provocano un deficit da 2,8 miliardi per l'Inps. Possiamo tacere su questo? Forse non tutti i padri allora sono uguali e far pagare quelli meno fortunati, che molto hanno dato e non sempre hanno ricevuto, non è un'idea sana di giustizia sociale. Perché non si segue la strada di un riformismo anche minimo come quello di separare assistenza e previdenza, in modo che sia chiaro che i conti dell'Inps, anche grazie al contributo degli immigrati, non sono né saranno disastrosi.Affrontiamo la riforma del welfare ma non raccontiamo che il riequilibrio va fatto solo su chi sta in basso, magari tra operai, (lavoratori edili, lavoratrici delle pulizie) e giovani precari mentre il resto della torta sta sempre da un'altra parte. Il patto tra le generazioni si può fare se è chiara la direzione di marcia. La domanda resta dunque sempre la stessa: con chi lo si costruisce? E allo stesso tempo contro cosa? Perché se non diciamo che una parte dei padri sta con la rendita pochissimo tassata, con le stock optino miliardarie, con l'impresa socialmente irresponsabile e con le corporazioni forti, non facciamo un'operazione di verità. Mentre colpiamo anche quei padri e quelle madri che per un'intera vita hanno versato i contribuiti destinando alla pensione una parte del salario e oggi patiscono per i figli precari, magari in un call center o in un centro di ricerca. Mai si è vista una mobilitazione «pro-giovani» così forte quando, anziché di età pensionabile, si tratta di cambiare le norme che rendono conveniente alla imprese tenere i giovani nella massima precarietà. La novità sarebbe se invece dalle belle parole si passasse ad atti concreti. Deputati Sinistra Democratica per il Socialismo Europeo
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